lunedì 26 giugno 2017

STOP! INTERVENGA MATTARELLA:CIÒ CHE HANNO FATTO È UNA VERGOGNA SENZA FINE!

Hanno aspettato una domenica di elezioni di fine giugno per l’ennesima porcata: mentre (pochi) cittadini votavano e il resto erano in spiaggia, il governo ha regalato altri 17 miliardi ai propri compagni di merenda che loro compagni di merenda che “amministrano” le banche. A spese degli italiani e nel silenzio dei criminali dell’informazione.

Chiediamo a Mattarella che non firmi un simile decreto! In parlamento bisogna organizzare barricate mai viste e coinvolgere il popolo italiano.

Battaglia totale, nel rispetto della legge dentro e fuori il Parlamento. E da subito!

Riportiamo di seguito la denuncia del presidente di Adusbef Elio Lannutti:

Il crac delle due banche venete, che con l’ordinaria diligenza poteva essere evitato se solo ci fosse stata una vigilanza di Bankitalia e CONSOB sulla gestione fraudolenta del credito e del risparmio di Zonin, l’ex ragioniere generale dello Stato Monorchio ed altri bancarottieri di complemento, potrebbe costare alle casse pubbliche oltre le peggiori previsioni, avendo appostato il ministro Padoan fino a 17 mld di euro ‘di risorse mobilizzate a favore dell’operazione’. E come nel ‘tragico ragionier Fantozzi’, il governo dopo aver accettato le condizioni capestro di Banca Intesa, che si può scegliere i bocconi più prelibati di BPVI e Veneto Banca, rifiutando tutto il resto addossato alla fiscalità generale ed a 207.000 famiglie già espropriate , il premier Gentiloni, ha perfino ringraziato Banca Intesa per aver accettato il generoso cadeaux del governo e di Padoan, che del nostro sistema bancario, sostiene il premier, “il gruppo Intesa San Paolo, che acquisisce queste banche venete, è un asset tra quelli di maggior valore”.
Questa crisi “ha raggiunto livelli che hanno reso necessario l’intervento di salvataggio a favore dei correntisti e dei risparmiatori, di chi in queste banche lavora e a favore dell’economia del territorio, del nostro sistema bancario e della sua efficienza, per evitare i rischi di un fallimento disordinato”, ha detto il premier Gentiloni. L’approvazione del decreto, ha quindi aggiunto, “è una decisione molto importante, molto urgente, e necessaria e io confido che questa decisione avrà in Parlamento il sostegno che merita, cioè il più ampio possibile”.
I contribuenti pagheranno un salatissimo conto, sia per il passaggio di mano che per lo smaltimento degli asset tossici dell’istituto, che banca Intesa non vuole perché indigesti, con stime più disparate che vanno da un minimo di 7 fino a 17 mld di euro. Mentre terremotati ed esodati aspettano, il ministro Padoan che all’unisono col governatore di Bankitalia Visco, avevano giurato sul sistema bancario solido e privo di rischi, impegna subito 5 miliardi di euro per il salvataggio: «Si applica il burden sharing non il bail in, che prevede la protezione dei correntisti retail e obbligazionisti senior, che saranno ristorati per un ammontare complessivo del 100% con distinzione tra risorse messe a disposizione dal pubblico e risorse aggiuntive messe a disposizione da Intesa. Lo stato mette a disposizione subito risorse a Banca Intesa per un totale 4,785 mld in termini di anticipo di cassa, relativi a operazioni necessarie per mantenere la capitalizzazione e il rafforzamento patrimoniale di Banca Intesa a fronte dell’acquisizione di queste banche venete. Sono cifre che non impattano sull’indebitamento, finanziate da risorse tratte dal provvedimento di dicembre sulla ricapitalizzazione precauzionale e quindi il salvataggio non ha impatto su finanza pubblica. Il decreto mette subito a disposizione anche «un rimborso di circa 400 milioni a copertura di garanzie».
Le risorse mobilizzate dallo Stato a favore dell’operazione di salvataggio delle banche venete hanno un valore «fino a un massimo di 17 miliardi». Si prevedono incentivi fiscali a pioggia ed ulteriori provvidenze a favore dei ‘salvatori’ delle banche venete a carico della collettività e costi importanti, sempre a spese nostre, dei soliti fiduciari di Bankitalia, che saranno nominati con analoghi metodi già praticati nelle disastrose gestioni delle Bad Bank, di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti, CariFerrara


domenica 25 giugno 2017

CLAMOROSO! Con un finale a sorpresa, il M5S vince un ballottaggio per soli 5 voti di differenza. Ecco dove..

Il candidato sindaco di Acqui Terme del M5S, Lorenzo Lucchini, vince il ballottaggio sul filo del rasoio , con soli 5 voti di differenza. Cosi di fatto, il M5S si aggiudica 8 ballottaggi su 10.

Battuti pure a "Stalingrado". Per il PD un disastro storico: dove riesce a perdere (non è Genova)

Il massacro subito dal centrosinistra al ballottaggio delle amministrative, quasi più che a Genova, ha come simbolo Sesto San Giovanni. Nella ormai ex Stalingrado d'Italia, la vittoria del centrodestra è schiacciante. Il candidato Roberto Di Stefano vince con oltre il 58% dei voti il duello contro Monica Luigi Chittò. Una sconfitta simbolica pesantissima nel comune in Provincia di Milano che, per anni, è stata la roccaforte dell'"Italia sovietica".

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12421604/sesto-san-giovanni-ballottaggio-amministrative-pd-sconfitto-crolla-ex-stalingrado-italia.html



Sesto San Giovanni, Pd sconfitto al ballottaggio: crolla pure l'ex Stalingrado d'Italia

BOOM 5 STELLE AI BALLOTTAGGI. SU 10 BALLOTTAGGI NE HA VINTI CON CERTEZZA 7 E FORSE ARRIVA ANCHE L'OTTAVO.

Nuovi sindaci M5S
Carrara, Santeramo, Fabriano,
Mottola, Ardea, Guidonia, Canosa 


E.Rosato deriso in diretta, PD fuori di testa:"Abbiamo vinto in comuni come San Donato e Cernusco".

Il ballottaggio alle amministrative? Un incubo per il centrosinistra, che perde ovunque o quasi (a partire dalla roccaforte Genova). E tra chi, nel Pd, aveva l'arduo compito di destreggiarsi in televisione durante simile disfatta, c'era Ettore Rosato, capogruppo democratico alla Camera. In diretta a Porta a Porta, incalzato sulla disfatta, è riuscito ad affermare: "Non credo che per il centrosinistra sarà una sconfitta così netta come state dicendo. Stiamo vincendo in molti comuni". Tipo, chiede Bruno Vespa? "A San Donato e Cernusco vinciamo noi", risponde nell'imbarazzo generale.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12421568/ettore-rosato-ballottaggio-amministrative-porta-a-porta-centrosinistra-vince-cernusco-san-donato.html

ULTIM'ORA BOMBA! BALLOTTAGGIO CARRARA:IL M5S SCHIACCIA IL PD. ECCO I NUMERI CLAMOROSI..

++ AGGIORNAMENTO CONTINUO ++

Ballottaggio Fabriano
M5S al 60%
PD al 40%

Ballottaggio Carrara
M5S al 64%
PD al 36%

Ballottaggio Santeramo
M5S 75%
Forza Italia 25%


BALLOTTAGGI: E' TRACOLLO PD. NUMERI DA PAURA. ECCO DOVE HA PERSO RENZI E IL PD!

Ecco i primissimi exit poll relativi al ballottaggio della amministrative, dove si è registrato un crollo dell'affluenza (alle 19 il calo era del 10%). Secondo i dati forniti in diretta su Porta a Porta, si profila un trionfo per il centrodestra e un tracollo per il Pd. Si parte da Genova, la partita più importante, dove Marco Bucci è dato in vantaggio con il 52-56% rispetto a Gianni Crivello, dato al 44-48 per cento. Dunque Catanzaro, dove Abramo è in nettissimo vantaggio (56-50%) contro il 40-44 di Ciconte. Si profila una vittoria del centrodestra anche a Verona, dove Sboarina viene accreditato del 52-56 mentre la Bisinella, moglie di Flavio Tosi, avrebbe il 44-48 per cento. Apertissima la partita a L'Aquila, dove Di Benedetto (Centrosinistra) e Biondi (centrodestra) vengono dati pari, tra il 48 e il 52 per cento. Anche a Taranto tutto è possibile: Baldissarri di centrodestra viene dato tra il 47 e il 51% mentre Melucci viene dato al 49-53 per cento. Infine Parma, dove Federico Pizzarotti viaggia verso la riconferma: l'ex M5s viene dato al 51-55 contro il 45-49% di Scarpa del Pd. La sinistra, dunque, verso la sconfitta anche a Parma.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12421513/elezioni-amministrative-ballottaggio-exit-poll.html

Stanno per riassegnarsi il vitalizio. Ecco l'ultima porcata della casta politica.

Presentata una proposta di legge bipartisan che istituisce la pensione per i consiglieri regionali. Che avranno diritto anche a una liquidazione d'oro. Per una spesa aggiuntiva di 660mila euro all'anno a carico dei calabresi. Torna il privilegio abolito la scorsa legislatura


REGGIO CALABRIA È il passato della Casta che ritorna. Sono i privilegi storici di una classe politica che proprio non ce la fanno a scomparire. Tenetevi forte: i consiglieri regionali della Calabria stanno per riassegnarsi il vitalizio. Solo che non lo chiamano più così. Adesso il termine giusto è pensione, come se fossero lavoratori normali con anni e anni di contributi alle spalle. Ma c'è anche di più: stavolta gli eletti calabresi, oltre a poter usuifruire di una pensione a vita a fronte di uno o più mandati elettorali, potrebbero anche maturare il diritto al "trattamento di fine mandato". A una liquidazione, insomma. Uno scherzetto che alle casse del consiglio regionale, in totale, potrebbe costare qualcosa come 660 mila euro all'anno in più per ogni anno. E pensare che il vitalizio, sulla scorta del principio della spending review in voga durante il governo Monti, era stato abolito nella scorsa legislatura, cioè solo un paio d'anni fa.
LA LEGGE Lo scorso 9 febbraio, alla chetichella e senza alcun annuncio pubblico, è stata infatti depositata una proposta di legge che recita così: "Disciplina del sistema previdenziale di tipo contributivo e del trattamento di fine mandato per i consiglieri regionali". Non è una sortita della sola maggioranza e non è un tentativo non programmato di qualche eletto dell'opposizione: il testo è rigorosamente bipartisan. Lo hanno firmato in 20. Ecco chi: Mimmo Battaglia (Pd), Giuseppe Aieta (Pd), Giovanni Arruzzolo (Ncd), Domenico Bevacqua (Pd), Arturo Bova (Democratici progressisti), Francesco Cannizzaro (Casa delle libertà), Francesco D'Agostino (Oliverio presidente), Mauro D'Acri (Oliverio presidente), Baldo Esposito (Ncd), Giuseppe Giudiceandrea (Dp), Giuseppe Graziano (Cdl), Orlandino Greco (Op), Michele Mirabello (Pd), Ennio Morrone (Forza Italia), Sebi Romeo (Pd), Antonio Scalzo (Pd), Franco Sergio (Op), Giuseppe Neri (Dp), Giovanni Nucera (La Sinistra) e Vincenzo Pasqua (Op). Particolarità: nella relazione era stato trascritto l'elenco di tutti i consiglieri in carica, poi però qualcuno ha deciso di non firmare e il suo nome è stato cancellato con un tratto di penna. La proposta, comunque, sta seguendo con velocità l'iter previsto: è già stata assegnata alla commissione Affari istituzionali per l'esame di merito e alla commissione Bilancio per il parere finanziario.
L'ALIBI Il grimaldello usato allo scopo è la legge nazionale 213 del 2012, che istituisce e disciplina un sistema previdenziale di tipo contributivo per i presidenti della Regione, i consiglieri e gli assessori regionali. Il testo di riferimento sono invece le deliberazioni dell'Ufficio di presidenza della Camera che, dopo aver superato il tanto vituperato vitalizio, ha introdotto, a partire dall'1 gennaio 2012, un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, analogo a quello in vigore per i dipendenti pubblici. Come i deputati, quindi, anche i consiglieri calabresi – una volta approvata la legge – conseguiranno la pensione al compimento dei 65 anni di età, in seguito a un esercizio del mandato di almeno 5 anni effettivi. Per ogni anno di mandato ulteriore, l'età richiesta per avere accesso al novello vitalizio è diminuita di un anno, con il limite a 60 anni. Detto in parole povere: mentre i cittadini "normali" potranno andare in pensione a 67 anni o dopo aver versato contributi per 40 anni, i consiglieri calabresi (e non solo loro) potranno beneficiare di una ricca pensione due o più anni prima, anche dopo solo un mandato, e intascare una congrua liquidazione. Mica male. Contemplata anche la reversibilità: in caso di morte del consigliere beneficiario, gli stessi benefici pensionistici spetteranno ai suoi familiari.
L'entità dell'assegno di fine mandato, invece, sarà pari a una mensilità dell'indennità di carica e di funzione (circa 8 mila euro), percepite al momento della cessazione dell'incarico «per ogni anno di servizio svolto e sino al massimo di 10 anni».
«Allo stato attuale – è scritto nella relazione alla proposta di legge – nella X legislatura per i consiglieri regionali eletti e gli assessori in carica non esiste alcun sistema contributivo previdenziale essendo stato abrogato il vecchio sistema di corresponsione dei vitalizi nella precedente legislatura. Pertanto con la presente proposta che consta di 11 articoli si intende istituire il sistema previdenziale di tipo contributivo e reintrodurre l'assegno di fine mandato solo per chi ricopre la carica di consigliere regionale secondo le modalità già attuate dalla Camera dei deputati e di altre Regioni».
I DATI TECNICI La pensione sarebbe appannaggio di 31 consiglieri (incluso il presidente della Regione) e 7 assessori. È prevista, dunque, una (piccola) trattenuta mensile dell'8,80%, con una (grande) quota di contributo a carico del consiglio regionale pari al 24,20%. Il calcolo è presto fatto: 562 mila euro in più (562.795,20, per l'esattezza) a carico dei contribuenti ogni anno. A cui si dovranno aggiungere anche i 101mila euro per gli assegni di fine mandato (solo per i consiglieri), da sborsare a partire dalla prossima legislatura. Il totale supera i 663 mila euro ogni 365 giorni. Soldi che l'assemblea calabrese avrebbe potuto usare per contrastare la disoccupazione giovanile in costante crescita o per sostenere le famiglie povere, e che invece ha scelto di usare per se stessa.
LO STORICO È forse solo il caso di ricordare che, attualmente, la Calabria ha sul groppone il vitalizio di circa 138 ex consiglieri regionali, per una spesa annuale che si aggira sui sei milioni di euro. La nuova legge, se approvata definitivamente, potrebbe dunque decretare un robusto ritocco al rialzo della spesa pubblica. Con un risultato: nonostante l'abolizione del vitalizio, nessun consigliere calabrese tra quelli in carica si ritroverebbe nel limbo degli esodati. Una pensione (d'oro) non si nega a nessuno. È l'ostinazione dei privilegi. Il passato che non passa mai.
Fonte: http://www.corrieredellacalabria.it/index.php/politics/item/54718-stanno-per-riassegnarsi-il-vitalizio

SVOLTA DAVVERO INCREDIBILE. "SI, IL PAPA E' DISPONIBILE". V.RAGGI E' RIUSCITA IN UN'IMPRESA STORICA.

"È stata avviata una interlocuzione con la Chiesa per pagamento dell'Imu sugli immobili commerciali", ammette l'assessore al Bilancio Andrea Mazzillo, precisando però che la trattativa è solo all'inizio perché "la Santa Sede è uno stato estero" e dunque sarebbe stato prematuro inserire il presunto introito nel documento di programmazione finanziaria appena varato in giunta. Ma "c'è l'impegno formale da parte delle autorità ecclesiastiche di definire questa situazione", assicura il giovane responsabile dei conti. 

Di più però dice l'assessore alle Attività Produttive Adriano Meloni: "Nel corso del loro ultimo incontro, Virginia lo ha chiesto direttamente al Papa e lui si è dimostrato disponibile". Dunque il contenzioso tra Roma e il Vaticano è stato affrontato ai massimi livelli. In linea con quanto affermato da Francesco due anni e mezzo fa, quando, aprendo l'ennesimo fronte interno, disse con chiarezza: "I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare soldi". (FONTE: Repubblica.it

“Adesso chiedetemi scusa”: lo sfogo del generale della Finanza, cacciato per aver scoperto con 4 anni di anticipo la mafia dei videopoker

“Il futuro ci darà ragione” diceva Wernher von Braun, anticipando la corsa verso lo spazio in tempi in cui la missilistica era legata ai cruenti scenari di guerra


Qualcosa di simile, in un contesto certo meno ambizioso, è scappato anche a me il 29 maggio 2012 quando ho annunciato ai miei ragazzi del GAT Nucleo speciale frodi telematiche che stavo per rassegnare le mie dimissioni.
Quel giorno – con la morte nel cuore – ho liquidato con una manciata di firme la mia vita in divisa. Un’avventura cominciata il 30 settembre 1975 alla Scuola militare Nunziatella e durata quasi 37 anni all’inseguimento del sogno di fare qualcosa di buono per gli altri.
La Guardia di Finanza aveva pianificato la mia rimozione dall’incarico e la destinazione alla frequenza del corso all’Istituto per gli Alti studi della Difesa dove insegnavo da una quindicina d’anni. Ci furono ben 11 interrogazioni parlamentari sulla mia curiosa vicenda e non servirono a nulla.
Ero colpevole di aver “incrinato i rapporti con una Amministrazione consorella” (i Monopoli) mi disse un giorno uno dei vertici GdF: nonostante i più o meno garbati consigli a rimuovere l’incomprensibile ostinazione e a desistere dall’occuparmi delle investigazioni sulle slot machine, la mia squadra – sola contro tutti – arrivò a ricostruire uno scenario sconfortante sul gioco d’azzardo nel nostro Paese.
A distanza di quattro anni e mezzo gli stessi personaggi che hanno animato quella straordinaria indagine saltano di nuovo fuori.
Non sono riuscito a provare gioia nel leggere che questi signori sono finiti in manette.
E’ più forte il ricordo delle mortificazioni del mio reparto e mie personali nel vedere il signor Amedeo Laboccetta diventare deputato della Repubblica, sedere quindi in Commissione Finanze e poi diventare membro di quella parlamentare Antimafia, dove si portò come assistente Francesco Corallo. Lo stesso Francesco Corallo che alla fine del 2013 mi denunciò per diffamazione e non si presentò all’udienza in cui – lui latitante – io provavo il brivido, dopo mesi di angoscia e dolore, di trovarmi nel banco sbagliato. L’archiviazione di quel giorno non ha cancellato i segni delle prepotenze subite anche dopo esser stato costretto a mollare quella che era la mia vita.
Vorrei, invece, sapere dai miei superiori di allora se hanno coscienza di quel che mi hanno costretto a fare.
Vorrei poi che la gente, vedendo come le cose possono evolvere e cambiare, non si arrendesse, non continuasse a piegare la testa. Qualunque ne sia il costo.

FONTE
IL FATTO QUOTIDIANO

Travaglio sbotta in diretta: "Tutti gli altri rubano e noi parliamo del M5S? Ma vaffanculo!"








Ecco cosa scriveva qualche tempo fa Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: 

Beccati. Finalmente li hanno presi con le mani nel sacco. Ecco cosa nascondono i 5Stelle, ecco perché Grillo e Casaleggio han fondato il MoVimento, ecco perché i grillini fanno politica: per fare soldi. La scoperta la dobbiamo ai segugi di Repubblica, che in due giorni han piazzato altrettanti scoop mica da ridere. I titoli parlano da sé: "Una pioggia di euro dagli spot sul blog, ecco la miniera d'oro di Beppe e Casaleggio", "Le ombre nel bilancio dei grillini al Senato". Hai capito quei ladroni? Zitti zitti, mentre tuonano contro i finanziamenti pubblici ai partiti, accumulano un tesoro nella grotta di Alì Babà. Come fanno? Semplice. Il nababbo Gianroberto Casaleggio, la cui società che edita il blog di Grillo (il 77° d'Italia) è sempre andata in perdita e nel 2012 racimolò un utile di 69.500 euro, incassa soldi a palate dalle pubblicità, pagate dagli inserzionisti un tot ogni mille clic.

Quanto? Secondo il Sole 24 Ore 5 euro. Secondo il titolo di Repubblica 0,92 euro; secondo l'articolo di Repubblica 0,64 euro. Per un totale annuo di 5-10 milioni secondo il Sole, di 570 mila euro secondo Repubblica . Se ne saprà di più il mese prossimo, quando sarà pubblicato il bilancio 2014 sul 2013 ("sarà molto migliore del 2013", ha anticipato il guru). È vero che non conterrà il dato scomposto del blog di Grillo; ma, essendo questo la principale attività della società, si capirà se l'ordine di grandezza è quello indicato dal quotidiano della Confindustria o da Repubblica. Nel primo caso, sarebbero un bel po' di soldi (peraltro legittimi, per giunta privati). Nel secondo, saremmo poco sopra l'accattonaggio. In ogni caso, la domanda sorge spontanea: siccome è assolutamente pacifico e dichiarato che il blog di Grillo, come peraltro tutti i siti web di questo mondo, si finanzia con gli spot, dove sarebbe il "mistero" dei finanziatori? Basta aprirlo e vedere chi sono gli inserzionisti. Non c'è nulla di meno misterioso di un'inserzione pubblicitaria. Si dirà: ma il blog di Grillo è l'organo ufficiale di un movimento politico. Verissimo. Esattamente come l'Unità ed Europa per il Pd, la Padania per la Lega, e così via (Forza Italia non ne ha bisogno). Ma con due lievi differenze. 1) I giornali di partito incassano fior di milioni dallo Stato, cioè da tutti i cittadini, compresi quelli che non si sognerebbero mai di votare per quei partiti, e senza quella "pioggia di euro", quella "miniera d'oro", fallirebbero all'istante; in più, sulla carta e sul web, fanno pubblicità e incassano altri soldi da inserzionisti privati. Secondo: nessuno mena scandalo per tutto ciò, nessuno pubblica "inchieste" sulla "pioggia di euro" e la "miniera d'oro" degli house organ dei partiti.

Ma attenzione: ora, sempre grazie a Repubblica , conosciamo pure "le ombre nel bilancio dei grillini al Senato". Quali? Tenetevi forte: "affitti da 2 mila euro al mese ai dipendenti della comunicazione" (il prezzo medio di un trilocale al centro di Roma), "pranzo da 6,71 euro consumato il 6 giugno dal senatore Lucidi" nel ristorante di Palazzo Madama" e soprattutto, scandalo degli scandali, "buffet in onore di Beppe Grillo che l'11 luglio 2013 tenne una conferenza stampa al Senato", roba da "114 euro" per 55 persone (il capo e 54 senatori), cioè 2 euro a testa, mica bruscolini. Ed ecco la prova che c'era qualcosa da nascondere: nel rendiconto "per uso interno", il sardanapalesco banchetto fu registrato come "acquisto di panini e bibite per accoglienza Grillo", mentre in quello pubblico c'è scritto "spese di rappresentanza". Capita la furbata?

Dopodiché, astuti come volpi, i 5Stelle potevano papparsi 42 milioni di rimborsi elettorali, invece li hanno lasciati allo Stato; ogni tre mesi potrebbero intascarsi 2,5 milioni non spesi fra diarie e indennità, invece li versano in un fondo per le piccole imprese; potevano pure spartirsi i 420 mila euro avanzati dai contributi raccolti nella campagna elettorale 2013, invece li hanno devoluti ai terremotati dell'Emilia. Ma il movente è chiaro: farsi una gazzosa da 2 euro con Grillo alla facciazza degli italiani. Sporcaccioni.


DOPO GILETTI, LA RAI "SACRIFICA" SOTTILE PER FAR SPAZIO AL FEDELISSIMO DI RENZI. ECCO CON CHI LO SOSTITUISCONO!

Le vittime dei prossimi palinsesti Rai continuano a crescere e scatenare feroci polemiche. I casi più clamorosi hanno riguardato lo stop dell'Arena di Massimo Giletti, nonostante i buoni ascolti raccolti per tutta la stagione. Ora spunta anche il caso di Mi manda Raitre, condotto da Salvo Sottile, uno dei pochi fiori all'occhiello di Raitre che è riuscito ad attirare più telespettatori rispetto a concorrenti come Piazza pulita su La7, oltre che agli stessi talk show della rete.
Secondo le ultime indiscrezioni, il direttore di Raitre, Daria Bignardi, avrebbe cancellato il programma a difesa dei consumatori per fare spazio a Michele Santoro e i suoi docufilm. Sottile era riuscito a portare a casa un bel 5% di share, un risultato a dir poco lontano dalle previsioni sulle proposte di Santoro, visto il flop imbarazzante del suo M dedicato a Hitler. A Sottile resterà lo spazio al mattino, ma la decisione di tagliarlo fuori dalla fascia serale potrebbe far scoppiare una pentola già turbolenta.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/spettacoli/12421211/mi-manda-raitre-salvo-sottile-giletti-bignardi-santoro.html

sabato 24 giugno 2017

PER AMORE DELLA VERITA', DIFFONDETE SUBITO QUESTO POST: SMASCHERIAMO "LA REPUBBLICA".



Il grande successo di pubblico per la festa di San Giovanni, organizzata a Torino dalla Giunta Appendino, diventa nell'edizione on line de La Repubblica: FESTA DI SAN GIOVANNI, FLOP NELLA PIAZZA VITTORIO BLINDATA. INUTILE L'APPELLO DI APPENDINO: "VENITE A FESTEGGIARE”
La piazza era stracolma, guardate il video pubblicato dalla sindaca 5 Stelle Chiara Appendino. 
A La Repubblica sono sempre più meno credibili e faziosi.




CLAMOROSO! Nella borsa dell'esponente PD qualcosa di inaspettato: arrestato!

Siracusa, arrestato consigliere del Pd: aveva con sè 20 chili di droga
In partenza per Malta, è stato preso con altre due persone a Pozzallo
L'arresto è avvenuto a Pozzallo, in provincia di Ragusa, dove il 31enne Antonio Bonafede stava per imbarcarsi sun traghetto che lo avrebbe portato a Malta. L'uomo, che è consigliere comunale per il Pd a Siracusa, aveva con se venti chilogrammi di droga.
La squadra mobile di Siracusa, in collaborazione con i colleghi della questura di Ragusa, hanno bloccato Bonafede nel piazzale prima dell'imbarco. Con lui c'erano anche il 32enne Salvatore Mauceri e il 44enne Antonio Genova. In un borsone e in un trolley 16 chili di marijuana e tre chili e mezzo di hashish.
Accusati di spaccio di sostanze stupefacenti, i tre sono stati arrestati dopo una lunga attività di osservazione.

Fonte: ilgiornale.it

"Le gare di Consip sono tutte truccate". La confessione choc del principale indagato del caso Consip..

da La Repubblica

Esposto dell'imprenditore in manette contro le cooperative rosse ed Ezio Bigotti: "Vince sempre lui, è un uomo di Verdini. C'è un cartello permanente". Inchiesta dell'Anac e dell'Antitrust sul sistema della stazione appaltante. Un’anticipazione delle novità sull’inchiesta che usciranno sul nuovo numero dell’Espresso che sarà in edicola domenica 26 marzo
ROMA - "Io poi non voglio il male di Bigotti. Facesse quello che cazzo vuole! Ma non rumpete o' cazz a me!". Qualche mese fa Alfredo Romeo aveva invitato l'imprenditore Carlo Russo nel suo studio per parlare d'affari, e aveva deciso di sfogarsi. Contro i suoi nemici, contro l'ad di Consip Luigi Marroni, contro coloro che lo vorrebbero fuori dai ricchi appalti di Stato.

L'informativa di Carabinieri e Finanza sull'inchiesta che sta terremotando la stazione appaltante e mezzo Partito democratico nasconde stralci di conversazioni che, uniti ad altri documenti riservati, mostrano con evidenza come Romeo (in carcere per la presunta corruzione del dirigente di Consip Marco Gasparri, l'udienza al tribunale del riesame è prevista in giornata) si sentisse davvero accerchiato. Vittima di un presunto "complotto" dei vertici della società di stato che, a suo parere, favorivano sistematicamente le cooperative rosse. E, insieme a loro, le imprese di quello che l'imprenditore di Cesa considera il suo principale avversario: Ezio Bigotti. Un immobiliarista vicino a Denis Verdini e presunto dominus, a detta di Romeo, di un sistema di potere che in Consip riesce a fare da anni il bello e il cattivo tempo.

Non è un caso che, come scriverà L'Espresso nel numero in edicola domenica prossima, gli avvocati di Romeo abbiano inserito come prova regina nella memoria difensiva un esposto della Romeo Gestioni. Spedito a Marroni ad aprile 2016, dunque in tempi non sospetti, e contestualmente al presidente dell'Anac Raffaele Cantone e a quello dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella. Un atto d'accusa durissimo, su cui risulta che sia l'Antitrust che Anac abbiano aperto due distinti procedimenti.

L'esposto viene scritto subito dopo l'esclusione della Romeo Gestioni dalla gara per il "Servizio Luce" per la pubblica amministrazione. Una commessa da ben 967 milioni divisa in otto lotti, due dei quali inizialmente assegnati allo stesso Romeo. Quando a marzo 2016 l'imprenditore napoletano, eliminato dalla tenzone per tre irregolarità di alcune società a lui consorziate, viene a sapere che uno dei due lotti è stato assegnato proprio a Bigotti decide di passare al contrattacco.

"Dalla documentazione risulta che ben 5 lotti di gara su 8 risultano di fatto aggiudicati ad istanze imprenditoriali che vedono la partecipazione sostanziale di aziende del gruppo Sti, presieduto da Ezio Bigotti", scrive il legale di Romeo. Che segnala pure come i lotti 5 e 7 siano stati aggiudicati alla Conversion& Lighting srl di Bigotti solo perché a novembre 2015 l'arcirivale ha comprato da Manutencoop proprio l'azienda che era arrivata seconda dietro la Romeo, la Smail spa. "La Conversion& Lighting è al 51 per cento controllata dalla Exitone (altra società di Bigotti) e al 49 per cento dal Consorzio stabile energie locali, già aggiudicatario del lotto 2 e che vede tra i propri consorziati la Gestione Integrata srl. Anche questa partecipata per l'85 per cento da Bigotti ", chiosano i legali di Romeo. "Con tale aggiudicazioni un unico centro imprenditoriale si assicura oltre il 76 per cento del complesso delle attività poste in gara. Un risultato 'incredibile'".

Per Romeo, la Consip di Marroni protegge dunque "un cartello permanente", e ipotizza come "partecipazioni "dubbie" già riscontrate in passato" rischiano di turbare altre gare in futuro. In primis il bando miliardario FM4, dove a suo parere esiste una sorta di "desistenza competitiva" tra Bigotti e Cofely ("le due candidature coprano ben 12 lotti senza mai sovrapporsi se non nell'unico marginale caso del lotto 8)". La risposta di Marroni arriva dopo un mese, ed è altrettanto diretta: o ti rimangi tutto o faremo una querela.

Qualche mese dopo sarà lo stesso amministratore delegato, però, 

ad ammettere agli investigatori di aver incontrato Bigotti, su richiesta di Verdini, al ristorante "Al Moro", per parlare proprio delle gare Consip. Fatto che dimostra che forse i sospetti di Romeo sulla forza politica e i legami del contendente non fossero totalmente infondati.



TREMENDA DENUNCIA DI VIRGINIA RAGGI, POCO FA A SORPRESA:" Vi dico chi c'è dietro.."

"Vi abbiamo chiamati qui per denunciare quello che sembrerebbe un attacco coordinato ai mezzi del servizio giardini, dal 19 aprile sono ben otto. Sono iniziati con l'avvio della bella stagione, la primavera, quando l'erba cresce e quando è necessario che il servizio giardini si attivi per rendere fruibile il verde. Sono state fatte delle denunce spot, ora il comune presenterà un esposto alla procura, perché sembra che dietro questi episodi ci sia una regia". Lo ha detto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, durante una conferenza stampa nella sede del servizio giardini di Villa Lazzaroni. 

Danni da 30mila euro. In meno di un mese sono otto gli episodi di aggressione e vandalismo alle sedi e ai mezzi del servizio giardini di Roma conteggiati dal Comune di Roma. Nel complesso i danni economici prodotti sono "contenuti", si legge in una relazione del dipartimento Tutela Ambientale: le prime stime si aggirano intorno ai 30 mila euro circa, tuttavia si tratta di danneggiamenti che stanno rendendo inservibile i mezzi speciali del servizio. Le due aree che hanno maggiormente risentito di tali danneggiamenti sono villa Borghese, nel municipio II, e villa Lazzaroni nel VII municipio. 

Nella relazione sono annotati otto episodi, dal picconamento del container utilizzato dal personale che opera per il Centro emergenza Verde il 19 aprile all'ultima rottura dei parabrezza di due camioncini e di un lucchetto a Villa Lazzaroni. (FONTE: Huffingtonpost.it

10MILA EURO AL MESE IN NERO, PIU’ VIAGGI E CASA ARREDATA: ARRESTATA SINDACA. ECCO COME FACEVA A FARE BUSINESS SULLA PELLE E LA SALUTE DEI CITTADINI

Maddaloni, arrestato il sindaco Rosa De Lucia. Intascava tangenti per il servizio rifiuti. Soldi anche per viaggi e arredare casa
Il sindaco Rosa De Lucia aveva un bancomat personale, fatto di carne e ossa. Nessuna tessera da inserire ma tanti soldi da ritirare: almeno 10mila euro al mese, più denaro per viaggi come quello ad Antibes e perfino contante per arredare casa. I soldi le venivano forniti dall’imprenditore Alberto di Nardi, l’uomo a cui la prima cittadina di Forza Italia garantiva il servizio di raccolta dei rifiuti.
Emerge anche questo dall’inchiesta della procura di Santa Maria Capia Vetere sul Comune di Maddaloni, in provincia di Caserta, dove sono state emesse cinque ordinanze di custodia cautelare (due in carcere e tre ai domiciliari). L’accusa è quella di tangenti intascate per affidare, ciclicamente, il servizio di raccolta rifiuti sempre alla stessa ditta.
Nel Comune alle porte di Caserta i carabinieri hanno arrestato anche l’assessore Cecilia D’Anna, il consigliere comunale Giuseppina Pascarella e appunto l’imprenditore. Sono tutti ritenuti responsabili a vario titolo di corruzione, tentata induzione indebita a dare e promettere qualcosa e peculato in concorso.
Al centro dell’inchiesta la figura della 36 enne Rosa De Lucia. Per la procura avveniva “una corruzione sistemica – ha spiegato il procuratore aggiunto Carlo Fucci – che ricorda la tangentopoli casertana del 1992. Di Nardi – scrive il Gip Sergio Enea – era un bancomat per la De Lucia”. Grazie ai soldi di Di Nardi il sindaco si era permesso un viaggio ad Antibes con l’amica assessore Cecilia D’Anna (anche lei arrestata), aveva arredato completamente casa e fatto tante altre spese.
Dopo la denuncia di una ditta concorrente sono però iniziati i pedinamenti e Di Nardi è stato fermato a un finto posto di blocco con in tasca 5000 euro. “Sono per le bollette” avrebbe detto, soldi che invece erano destinati al sindaco. In altre occasioni Di Nardi avrebbe anche sponsorizzato progetti della giunta e pagato circa 500 euro per iniziative contro il femminicidio.


L’azienda dell’imprenditore risulta, con 300 dipendenti sparsi in vari comuni, come una fra le maggiori del casertano. La Dhi (Di Nardi Holding) si occupa di servizi ecologici e gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani a Maddaloni, e nei comuni di Santa Maria Capua Vetere, San Nicola la Strada, Bellona, Pontelatone, Roccaromana, Teverola, Cesa e Vitulazio. Nata solo 5 anni fa, in pochi anni ha fatto incetta di appalti riuscendo ad ottenere continue proroghe e rinnovi contrattuali. La stessa De Lucia aveva ricevuto richiami formale dalla prefettura di Caserta che la invitava a lanciare una gara d’appalto per affidare il servizio di raccolta dei rifiuti ma questo non avveniva. Di Nardi infatti secondo la procura “pagava” per poter mantenere il servizio. Arrestato, ora all’imprenditore i carabinieri hanno sequestrato preventivamente un milione di euro.

CONDIVIDI SUBITO QUESTO POST: LA MANNOIA HA DISINTEGRATO IL PD IN MODO EPICO!

La Mannoia ha condiviso un articolo del Fatto Quotidiano che riporta la notizia, commentando:
“Tanto vivete in un universo parallelo da non rendervi conto neanche di quello che dite, avete perso il contatto con la realtà.
Signora lei è senza rispetto, in un Paese normale per queste parole chiederebbero le dimissioni, ma non si preoccupi, non accadrà.
Magari i congiunti dei comuni mortali potranno venire a fare le “sguattere” i “giardinieri”…. a casa sua.
“…l’autrice dell’emendamento, manco a dirlo, difende l’eccezione come una misura di “equità”. “Ho pensato che era sacrosanto – dice la Gasparini al fattoquotidiano.it – mettere fine a trattamenti insostenibili attraverso il ricalcolo contributivo dell’importo pensionistico ma anche che non fosse giusto che i congiunti di un parlamentare, che magari non hanno altro reddito, finissero a fare la sguattera o il giardiniere. Ecco perché ho pensato a un riconteggio aumentato del 20%.” .
P.S. Per il parlamentari la reversibilità è estesa anche ai conviventi. Lo sapevate?”
La cantante ha poi aggiunto dei commenti al suo post:
“Comunque, a me non interessa quanto guadagnano i parlamentari, mi da fastidio l’arroganza e la mancanza di sensibilità verso chi non ha questi privilegi, mi da fastidio che vivano in un universo parallelo con sprezzo di chi ha bisogno. Se facessero bene il loro mestiere, se si occupassero dei bisogni dei cittadini, se non tradissero la fiducia di chi li ha votati, se fossero onesti…se….se….se…”
E ancora:
“Mia madre dopo aver lavorato una vita con la reversibilità di mio padre prendeva 600 euro al mese. E ha fatto del bene pure lei, come ha potuto, non meno della signora Fanfani! Idiota!”

CON UNA MOSSA INFAME, GENTILONI HA MESSO IN GINOCCHIO MEZZA ITALIA! CONDIVIDI ALL'ISTANTE QUESTA PORCATA.

L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.


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E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo. Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per approdare al parlamento italiano per seguire l’iter legislativo ed essere votato. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.
Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.
Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.
Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. DemocraticamenteE quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.
Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.
Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/gentiloni-approva-il-ceta-in-silenzio-stampa/

Mps prestava i soldi a questi ricchi, loro non li ridavano: ecco chi sono, nomi famosissimi

Fra i debitori che non hanno onorato i debiti verso il Montepaschi c’è anche Giuseppe Garibaldi. Incidenti che capitano alla banca più antica del mondo. Evidentemente anche in tempi non sospetti, a Siena sentivano il fascino della camicia rossa. Ma soprattutto rivelavano una certa reverenza nei confronti dei poteri forti. Preferibilmente in odore di massoneria.
Nell'archivio della banca c'è questa lettera dell'Eroe dei Due Mondi: «Signor Esattore mi trovo nell'impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile». Correva l'anno 1863 e non sapremo mai il destino di quel debito.
C'è anche da dire che a Siena avevano una certa dimestichezza con i protagonisti del Risorgimento. Fra il 1928 e il 1932, infatti, la banca era entrata in possesso della tenuta di Fontanafredda che Vittorio Emanuele II aveva regalato alla Bella Rosina. Gli eredi se l'erano fatta espropriare per un debito non pagato. Un npl (non performing loans) in versione reale.
Giuseppe Garibaldi e i nipoti della moglie del Re che non poteva diventare Regina. A Siena sono sempre stati molto trasversali nella scelta dei loro clienti. E anche le sofferenze rifiutano il monocolore. Così fra i clienti che non hanno rimborsato figurano la Sorgenia della famiglia De Benedetti e Don Verzè che, grazie anche all'amicizia con Silvio Berlusconi aveva fondato l'ospedale San Raffaele portandolo anche al dissesto con un buco di duecento milioni. Dagli archivi risultava anche, almeno fino all'anno scorso, una fidejussione di 8,3 milioni che il Cavaliere aveva rilasciato a favore di Antonella Costanza, la prima moglie del fratello Paolo. La signora aveva acquistato, per nove milioni, una villa da sogno in Costa Azzurra e poi aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n'erano certo pentiti.
Non altrettanto bene però, sono andate le cose con il gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti, l'eterno rivale del Cavaliere. Sorgenia, il gruppo elettrico guidato da Rodolfo, primogenito dell'Ingegnere, ha lasciato un buco da 600 milioni. Le banche hanno trasformato i debiti in azioni. Ora sperano di trovare un compratore. Il cuore di Sorgenia è rappresentato da Tirrenia Power le cui centrali sono localizzate in gran parte fra la Liguria e l'Italia centrale. Naturale che Mps fosse in prima linea nel sostenere l'investimento e oggi a dover contabilizzare le perdite.
Ma i problemi di Mps non si fermano alla Toscana e zone circostanti. La forte presenza in Lombardia attraverso la Banca Agricola Mantovana ovviamente l'ha portata in stretti rapporti d'affari con il gruppo Marcegaglia che ha sede da quelle parti. Fra l'altro Steno, fondatore dell'azienda siderurgica, era stato uno dei soci della Bam che aveva favorito l'ingresso di Siena. Tutto bene fino a quando al timone è rimasto il vecchio. Poi è toccato ai figli Antonio ed Emma. Complice la crisi economica, hanno accumulato un'esposizione di 1,6 miliardi che le banche hanno dovuto ristrutturare aggiungendo altri 500 milioni.
Ma a parte questi nomi eccellenti chi sono gli altri debitori che hanno mandato in crisi la banca più antica del mondo? La ricerca non è facile. Il gruppo dei piccoli azionisti del Monte guidato da Maria Alberta Cambi (Associazione del Buongoverno) ha cercato l'identità delle insolvenze. I dirigenti della banca si sono rifiutati di rispondere schermandosi con le regole della privacy. Qualcosa, però, hanno detto. Non i nomi ma almeno la composizione.
Viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro. In totale si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all'aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Ovviamente un tasso di mortalità così elevato sulle posizioni più importanti apre molti interrogativi sulla gestione. Anche perché la gran parte dei problemi nasce dopo l'acquisizione di Antonveneta. Prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014. Certo sono gli anni della grande crisi. Ma non solo. La scansione dei tempi dice anche un'altra cosa: Mussari e Vigni hanno concesso i crediti. Profumo e Viola hanno dovuto prendere atto che erano diventati fuffa.

di Nino Sunseri

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/gallery/economia/12261761/mps-prestava-soldi-ricchi-marcagaglia-de-benedetti-conti-affossati-.html